La speranza è nelle minoranze creative
Il paper del Centre for Policy Studies ci permette di entrare immediatamente nel nocciolo della questione. La chiave di un buon governo – scrive T. Morgan – si trova nell'accostare a politiche efficaci anche una chiara "ideology" - che potremmo forse tradurre con ‘filosofia’ o minimo comune denominatore di criteri condivisi. Altrimenti la politica è monca. di Michele Pezzoni - Noi per l’Italia
14 AGO 20

Abbiamo chiesto ad alcuni blogger di area liberale e/o di centrodestra di leggere il manifesto per una nuova destra pubblicato ieri dal Foglio, e di commentarlo alla luce dell'annuncio del ritorno di Silvio Berlusconi come candidato premier nel 2013.
Il paper del Centre for Policy Studies ci permette di entrare immediatamente nel nocciolo della questione. La chiave di un buon governo – scrive T. Morgan – si trova nell'accostare a politiche efficaci anche una chiara "ideology" - che potremmo forse tradurre con ‘filosofia’ o minimo comune denominatore di criteri condivisi. Altrimenti la politica è monca: un partito o area politica che non espliciti in un linguaggio adeguato la propria ‘visione dell’uomo e della società’ perde di credibilità, consenso e ultimamente anche efficacia.
Il secondo aspetto affrontato dall'autore del paper è la esagerata concentrazione di potere (in senso lato) nella macchina dello Stato e nelle grandi corporation nonché il rapporto fiduciario – seriamente compromesso - che dovrebbe legare da un lato i cittadini ai rappresentanti, dall’altro gli azionisti-risparmiatori ai vertici apicali-management.
La proposta del think tank sembra essere, in sintesi: a) una riforma del capitalismo, affinché possa essere vantaggioso per tutti; b) la riconquista del predominio morale attraverso la riforma delle istituzioni; c) la promozione delle libertà individuali, che devono essere difese dall'intrusione della macchina statale e degli interessi corporativi.
Quanto sopra è molto vicino al video-messaggio che P. Blond (del think tank ResPublica) ha inviato alla neonata realtà di Noi per l'Italia, in cui viene declinato un nuovo patto tra società civile e Stato, per una collaborazione al bene comune.
Ci troviamo d'accordo con l'impianto generale che regge le argomentazioni di T. Morgan, seppur con alcune specifiche. Innanzi tutto – senza dare nulla per scontato - non abbiamo intenzione di "sognare sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono" (T.S. Eliot), infatti riteniamo che la responsabilità e l’iniziativa della singola persona siano il primo fattore di cambiamento della vita di una città, di un Paese, e quindi la priorità di una buona politica. Usiamo il termine “persona” e non "individuo" per comprendere anche la dimensione relazionale e associativa propria e intima di ogni uomo. Mutuando G.K. Chesterton, se non crediamo che la politica possa salvare l’uomo nemmeno pensiamo lo possa dannare.
Il secondo aspetto affrontato dall'autore del paper è la esagerata concentrazione di potere (in senso lato) nella macchina dello Stato e nelle grandi corporation nonché il rapporto fiduciario – seriamente compromesso - che dovrebbe legare da un lato i cittadini ai rappresentanti, dall’altro gli azionisti-risparmiatori ai vertici apicali-management.
La proposta del think tank sembra essere, in sintesi: a) una riforma del capitalismo, affinché possa essere vantaggioso per tutti; b) la riconquista del predominio morale attraverso la riforma delle istituzioni; c) la promozione delle libertà individuali, che devono essere difese dall'intrusione della macchina statale e degli interessi corporativi.
Quanto sopra è molto vicino al video-messaggio che P. Blond (del think tank ResPublica) ha inviato alla neonata realtà di Noi per l'Italia, in cui viene declinato un nuovo patto tra società civile e Stato, per una collaborazione al bene comune.
Ci troviamo d'accordo con l'impianto generale che regge le argomentazioni di T. Morgan, seppur con alcune specifiche. Innanzi tutto – senza dare nulla per scontato - non abbiamo intenzione di "sognare sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono" (T.S. Eliot), infatti riteniamo che la responsabilità e l’iniziativa della singola persona siano il primo fattore di cambiamento della vita di una città, di un Paese, e quindi la priorità di una buona politica. Usiamo il termine “persona” e non "individuo" per comprendere anche la dimensione relazionale e associativa propria e intima di ogni uomo. Mutuando G.K. Chesterton, se non crediamo che la politica possa salvare l’uomo nemmeno pensiamo lo possa dannare.
In secondo luogo, una nuova forma di rappresentanza della società civile (che tipicamente non ha capacità di lobbying caratteristiche dei poteri più strutturati e forti) e nuove modalità di partecipazione possono e devono emergere, con gli strumenti forniti dalle nuove tecnologie. Le tensioni, le correnti e i movimenti carsici già presenti nelle società avanzate troveranno uno sbocco prima o poi ed è opportuno che queste forze magmatiche - di per sé positive - non vengano disperse (ad es. nell’astensionismo o pura antipolitica) o peggio ancora fomentino movimenti populisti.
In sostanza la visione dell’uomo che dovra’ informare nuove politiche è una antropologia positiva, in completa antitesi allo Stato hobbesiano moderno: non esiste alternativa al valorizzare l’iniziativa delle persone. Anzi, l’alternativa è l’attuale proliferazione senza limite di norme, nel tentativo (vano) di arginare comportamenti non virtuosi, e andando invece a porre ostacoli a chi costruisce qualcosa di bello per sé e per gli altri. Al contrario, la vera forza di un Paese è il popolo e lo Stato deve mettersi al suo servizio, non viceversa. E’ significativa in tal senso l’analisi di P.P. Pasolini sulla distanza tra il popolo, la sua cultura, e le dinamiche partitiche: pura gestione del potere, cui si associa - quasi come un peso - il governo del Paese.
Con riferimento alle corporation, la situazione italiana sembra da un certo punto di vista migliore rispetto a quella inglese dove forse è meno diffuso il tessuto di piccole e medie imprese tipico del nostro Paese. Resta tuttavia di attualità l’individuazione di nuovi modi per conciliare le necessariamente grandi utility strategiche (compresa l’attività bancaria) e il bene del singolo cittadino, la cui tutela dovrà sempre essere un obiettivo primario di ogni public policy.
In sostanza la visione dell’uomo che dovra’ informare nuove politiche è una antropologia positiva, in completa antitesi allo Stato hobbesiano moderno: non esiste alternativa al valorizzare l’iniziativa delle persone. Anzi, l’alternativa è l’attuale proliferazione senza limite di norme, nel tentativo (vano) di arginare comportamenti non virtuosi, e andando invece a porre ostacoli a chi costruisce qualcosa di bello per sé e per gli altri. Al contrario, la vera forza di un Paese è il popolo e lo Stato deve mettersi al suo servizio, non viceversa. E’ significativa in tal senso l’analisi di P.P. Pasolini sulla distanza tra il popolo, la sua cultura, e le dinamiche partitiche: pura gestione del potere, cui si associa - quasi come un peso - il governo del Paese.
Con riferimento alle corporation, la situazione italiana sembra da un certo punto di vista migliore rispetto a quella inglese dove forse è meno diffuso il tessuto di piccole e medie imprese tipico del nostro Paese. Resta tuttavia di attualità l’individuazione di nuovi modi per conciliare le necessariamente grandi utility strategiche (compresa l’attività bancaria) e il bene del singolo cittadino, la cui tutela dovrà sempre essere un obiettivo primario di ogni public policy.
Sulla delegittimazione delle istituzioni vale quanto di illuminante scrive Balzac in César Birotteau: “Le istituzioni dipendono interamente dai sentimenti che suscitano negli uomini e dalla grandezza che attribuisce loro la mente. Per questo motivo, quando presso un popolo viene a mancare non tanto la religione, quanto la fede, quando la prima educazione ha allentato tutti i legami che tengono unita una società, abituando il bambino a un’analisi spietata, ecco che la nazione si dissolve. Perché resta unita soltanto dalle ignobili saldature dell’interesse materiale”. E come scrive sarcasticamente un giornalista del Foglio: “non esiste morale efficace che non sia religiosa, dove per morale efficace intendo un insieme di norme capace di vincolare senza dover mettere un poliziotto a guardia di ogni cittadino e un avvocato a guardia di ogni poliziotto”, senza per questo voler associare univocamente la dimensione religiosa al cristianesimo.
Concludendo, è nel concetto di sussidiarietà che potrebbero sintetizzarsi le principali istanze emerse e, solo in questo senso, “la politica saggia è l’arte di rafforzare la società e indebolire lo Stato” (N. G. Davila), valorizzando quanto di buono già esiste ed intervenendo centralmente solo lì dove la società non riesce ad arrivare. Gli enti pubblici dovranno poi rendere trasparente la loro attività e le iniziative in tal modo sostenute. Così vogliamo leggere in realtà anche le affermazioni di W. Beveridge citate nel paper del Centre for Policy Studies (“The State in organising security should not stifle incentive, opportunity and responsability”). Riponiamo allora la speranza soprattutto in quelle minoranze creative che sempre nascono nei momenti di crisi di civiltà (secondo la categoria individuata dallo storico A. J. Toynbee e ripresa anche da R. Scruton), e nella loro forza rigenerativa in un gratuito impegno civile, con l’ambizione che anche l’esperienza di Noi per l’Italia possa svilupparsi in questa direzione, sull'esempio di Giuseppe Tovini o addirittura di Christian de Chergé, come ricordato dall’Arcivescovo di Milano nella chiusura del suo Buone ragioni per la vita in comune.
di Michele Pezzoni - Noi per l’Italia